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Dicono che non è più possibile portare un alunno con disabilità fuori dalla classe.

 Dicono che, per effetto della sentenza del TAR, non è più possibile, in nessun caso, portare un alunno con disabilità fuori dalla classe. Il nostro alunno non può stare 5 ore in classe, ha bisogno assoluto di pause e attività alternative.

Il TAR ha accolto le critiche dei richiedenti che contestavano anche “l’illegittimità delle previsioni relative alla possibilità […] di svolgere attività fuori dalla classe in appositi laboratori”.

Le conclusioni a cui si arriva nella sentenza sono però assai più articolate e partono dall’idea che deve essere la personalizzazione degli interventi, sintetizzata nel principio dell’accomodamento ragionevole, alla base di ogni scelta e azione in questo campo.

È opportuno leggere questa parte della sentenza:
7.2.1 Su tali aspetti, pare doveroso osservare come la necessità di garantire la piena inclusione degli studenti disabili, cui la personalizzazione delle misure di sostegno rappresenta lo strumento cardine, affonda le sue radici in norme internazionali di rango pattizio, quali la Convenzione O.N.U. per i diritti delle persone disabili, ratificata dal nostro Paese con la legge n. 18/2009. Quest’ultima, per vero, impone agli Stati firmatari l’adozione degli adattamenti necessari per assicurare alle persone affette da disabilità il godimento e l’esercizio, in condizione di uguaglianza con gli altri consociati, dei diritti umani e delle libertà fondamentali, in ossequio al principio dell’”accomodamento ragionevole”, richiamato all’art. 2 della medesima Convenzione. La sua ratio è quella che debba essere il “contesto”, inteso come ambiente, procedure, strumenti educativi ed ausili, a doversi adattare agli specifici bisogni delle persone disabili, e non viceversa.

Le uscite dalla classe non possono essere escluse sempre e comunque, indipendentemente dai bisogni dell’alunno con disabilità, perché questo modo di agire negherebbe il diritto alla personalizzazione e all’accomodamento ragionevole.
Quello che la sentenza esclude è l’uscita dalla classe senza nessuna giustificazione connessa a reali bisogni dell’alunno o, peggio ancora, per allontanare un elemento di disturbo.

Come è possibile prendere una decisione come questa garantendo veramente, non solo a parole, i diritti all’inclusione dell’alunno ed essere pertanto certi che sia presa in base ai suoi bisogni e non alle convenienze del contesto?
Propongo queste quattro regolette:
– la decisione deve essere sempre esplicitata, non si fa nulla di nascosto;
– si decide sempre assieme, nessuno può ritenersi in diritto di portare fuori l’alunno senza consultarsi con gli altri;
– si devono considerare attentamente vantaggi e svantaggi di ogni decisione e si deve operare affinché la scelta sia sempre nettamente vantaggiosa. Non si improvvisa.
– vanno verificati con cura gli esiti anche di questi interventi.

Ho chiesto che rimanga in classe per imparare a stare con gli altri in modo adeguato

Mio figlio frequenta la seconda elementare. L’anno scorso per la maggior parte dell’anno è stato portato fuori dalla classe, per il nuovo anno ho chiesto che il bambino impari a stare in classe in modo adeguato o se ha il bisogno di uscire che lo faccia con un gruppetto di compagni.
Mi è stato detto che non si può fare perché gli altri bambini perderebbero la lezione.

Insista. La scuola deve trovare il modo di far partecipare il bambino alla vita della classe senza far perdere nulla agli altri compagni. A volte non è semplice, ma mai impossibile e può eventualmente essere previsto un periodo di transizione, con inserimento graduale scegliendo all’inizio i momenti in cui la classe svolge attività più consone e poi cercando di incrementare il tempo che il bambino passa in classe. Anche in gruppetti possono essere organizzati in questo modo, affinché i compagni non perdano nulla.

Agli alunni con disabilità è “garantito” (ossia assicurato) l’inserimento nelle “classi” comuni: significa che questi bambini hanno diritto a stare in classe con i compagni, non solo nello stesso edificio scolastico. L. 104/92 art. 12 c. 2

L’argomento va di sicuro discusso nell’incontro del GLO, a cui partecipano anche i genitori.

Secondo loro non è gestibile in classe, quindi vogliono portarlo fuori

Mio figlio di 13 anni è diagnosticato da quando ne aveva 3 come Autismo atipico, ad alto funzionamento, con gravità (104 art3.3) Frequenta la seconda media (fatto anno saldatura) seguendo il programma didattico normale con ottimi risultati. Ha copertura pressoché totale con due insegnanti di sostegno e un educatore.
Il ragazzo manifesta problemi comportamentali durante le lezioni, rifiutando di svolgere alcune consegne e quando il sostegno le fa per lui, disturba la classe con frasi e comportamenti fuori luogo, finché il sostegno è costretta a portarlo fuori. Questa cosa scatena crisi violente con lancio di oggetti e urla.
A casa ha un comportamento corretto e svolge regolarmente i compiti assegnati.
Ora le insegnanti di sostegno mi dicono che la soluzione secondo loro sia portarlo fuori dalla classe subito per evitare problemi, perché non è gestibile con gli altri. Inoltre mi consigliano di vedere uno psicologo privato che aiuti me a gestire il ragazzo, quando il problema comportamentale è a scuola!?! Mi chiedo dov’è l’inclusione visto che il problema del ragazzo è relazionale? Cosa posso fare per far valere il suo diritto a stare in classe e non isolato?

La sede in cui discutere questi problemi è il GLO, da convocare urgentemente.

Probabilmente serve il supporto di qualcuno che possa dare indicazioni serie sulle strategie comportamentali da seguire. Come dice giustamente, indicazioni da dare agli insegnanti, non ai genitori, visto che i problemi si manifestano a scuola.

Gli insegnanti hanno bisogno di un esperto che aiuti loro a capire come e perché il ragazzo si scatena, altrimenti non se ne esce.

Non credo che portare fuori il ragazzo dall’aula sia una scelta che effettivamente porti a delle soluzioni, ma se gli insegnanti sono arrivati a proporla come unica strada possibile vanno aiutati a trovarne altre, senza colpevolizzarli.

Lezioni fuori della classe: obbligatorie o vietate?

La madre dell’alunna che seguo e che ha gli obiettivi minimi vorrebbe che io la portassi fuori dalla classe per ripetere e soprattutto studiare, ma le direttive del vicepreside sono quelle di tenerla in classe in quanto ha gli obiettivi minimi. La signora sostiene che io sono tenuta a farlo per legge. Io purtroppo non conosco la normativa che regola i compiti del docente di sostegno e nessuna delle persone (colleghi, sindacati, ecc) a cui ho chiesto mi ha saputo indirizzare per studiarla. Tutti mi dicono di cercare su Internet, ma sinceramente io non trovo risposte adeguate o chiare. Le chiedo se può indirizzarmi per conoscere ciò che è necessario sapere al fine di fare un buon lavoro.

Nessuna legge dice se l’alunno, con o senza obiettivi minimi, va tenuto in classe o può uscire.

Sono scelte che devono rispondere, anche in questo caso, al principio della “progettazione condivisa” che, attraverso la definizione del PEI, regola l’integrazione scolastica:

Progettazione: ossia organizzazione, pianificazione, ottimizzazione delle risorse. L’opposto di “Improvvisazione”.

Condivisa: ossia assunzione congiunta di responsabilità. L’opposto di “Delega”.

In base a questi principi, assieme ai colleghi e possibilmente a tutto il GLO, potete decidere cosa è meglio per la vostra alunna. Va da sé che, se decidete per delle lezioni individuali, dovrete preoccuparvi di mantenere i contatti con le attività svolte in classe dal docente curricolare con i compagni, per evitare che i vantaggi del rapporto individuale vengano annullati dall’assenza durante la lezione in classe. Ma questo rientra appunto nella progettazione, e nell’ottimizzazione delle risorse, di cui si parlava.

Ci sono norme che impediscono di portare alunni con sostegno fuori dall’aula?

Vorrei sapere se esiste nella normativa vigente nazionale o se possono esistere disposizioni regionali che limitano oggettivamente la possibilità di portare alunni con sostegno fuori dall’aula di classe per effettuare spiegazioni individualizzate finalizzate al raggiungimento delle competenze.

Nessuna norma può definire come si organizza l’attività di sostegno che deve necessariamente rispondere ai bisogni specifici di ogni situazione, essendo troppe le variabili in gioco.

La norma fissa però come si prendono le decisioni: discutendone nel GLO e formalizzandole nel PEI.

Il principio da rispettare è sempre quello della progettazione condivisa, ossia no all’improvvisazione (ci vuole un progetto) e no a scelte individuali (si decide sempre assieme).

Se nel GLO si decide che per qualche attività è preferibile il rapporto individuale, si definisce come organizzarlo, quando, per fare cosa, si concorda l’attività con l’insegnante in classe per evitare che l’alunno perda momenti importanti che potrebbero essere utili anche per lui… E se tutti sono d’accordo, si può fare.

Fuori o dentro l’aula?

In caso di 104 non grave e senza problemi comportamentali, l’assistente educativo può portare l’alunno fuori dall’aula durante le lezioni? La famiglia si può rifiutare di fare uscire il ragazzo anche con l’insegnante di sostegno o lo decide la scuola? Mio figlio ha sempre lavorato in classe alla scuola Primaria ed usciva solo per essere più tranquillo nei compiti in classe; pare che alla Secondaria sia prassi uscire anche per le lezioni. Cosa dice la normativa? 

La normativa non entra nel merito di queste scelte e lascia decidere le singole scuole in base al principio della flessibilità didattica. Ma questo non significa arbitrio: queste decisioni vanno condivise e formalizzate nel PEI, alla cui redazione partecipano anche i genitori, e assunte in base a un progetto che deve essere sempre riferito all’effettiva convenienza della scelta, rapportata all’alunno, ovviamente, non agli insegnanti. Ricordiamo che convenienza significa confronto tra vantaggi e svantaggi, e va sempre verificata.
Cosa fa l’alunno quando esce? Cosa fanno i compagni? L’insegnante di classe sa cosa sta facendo l’alunno fuori? È un suo alunno anche quello, è bene ricordarselo. E l’insegnante di sostegno o l’educatore sanno cosa sta facendo la classe? Hanno deciso come concretamente raccordare le due attività?
Può aver senso se si esce per uno scopo non semplicemente perché è previsto dall’orario settimanale.
Ricordo che la L. 104, art. 12 c. 2 dice che è garantito (ossia assicurato) il diritto all’istruzione degli alunni con disabilità nelle “classi”, non genericamente nelle scuole. Far sistematicamente uscire dalla classe gli alunni con disabilità rappresenta nei fatti una violazione di questa legge.

Si vedano anche le Linee Guida del nuovo PEI a pag. 50.

Sempre fuori per “recuperare”

Ab2

Mi serve un chiarimento normativo ma anche il ragionamento logico che c’è dietro al portare spessissimo fuori di classe mio figlio, terza media, con 104 e sostegno di 8 ore per disturbo del linguaggio e attenzione. 
Viene molto spesso portato fuori dalla classe, non perché disturbi perché non è affatto il suo problema, ma per fare “recupero”. Peccato che vada fuori, per esempio, a fare matematica quando in classe c’è scienze e quindi questo comporta che poi deve recuperare, da solo e senza spiegazioni, le pagine fatte in classe e quindi con doppia fatica. Mai che arrivi ad esempio una mappa o un lavoro specifico fatto in classe su quanto studiato. Le mappe, infatti, sono sempre un nostro onere!
In più, cosa già fatta presente a scuola, nello specifico di matematica e geometria lui lavora a casa con tutor e quindi non ne vedo l’esigenza.

Tutti gli interventi didattici personalizzati che si attivano a scuola devono essere progettati e condivisi e vanno quindi evitate, in ogni caso, iniziative personali e improvvisate. 
Solo in questo modo possiamo garantire la necessaria flessibilità (perché se serve qualche volta si può anche uscire dalla classe, non deve essere un tabù) ma anche la qualità della didattica ossia, prima di tutto, la verifica dei risultati. 
Ed è ovvio che se al ragazzo si offre qualcosa in più con una lezione individualizzata, non lo si deve penalizzare facendolo assentare dalla lezione in aula senza predisporre nessun intervento correttivo. 
Il ragazzo non esce dalla classe perché l’ha deciso l’insegnante di sostegno, ma perché così è stato definito nel PEI, tutti assieme e con il consenso dei genitori. Queste procedure vanno difese con i denti perché non sono formalismi ma garanzie di qualità.

E’ vero che l’assistente alla Autonomia e Comunicazione non può lavorare senza la compresenza di un docente?

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Perché l’assistente alla Autonomia e Comunicazione non può uscire da scuola o lavorare fuori dalla classe senza la compresenza di un docente? Quale norma vieta questo di fatto contraddicendo al ruolo che svolge lo stesso professionista?

Nessuna norma nazionale vieta questo.  Le prescrizioni di questo tipo, se veramente ci sono, derivano da decisioni prese a livello locale.

Gli interventi attivati fuori dall’aula devono essere condivisi e formalizzati, quelli fuori dalla scuola autorizzati espressamente dal dirigente, ma questo vale per tutti, non solo per l’assistente.