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Se l’alunna rimane assente il giorno delle verifiche programmate.

Sono un’insegnante di sostegno, che si occupa da due anni della stessa classe di un istituto tecnico (attualmente una seconda superiore). Una studentessa certificata come DSA è causa di preoccupazione per il Consiglio di classe. La ragazza, infatti, manifesta gravi difficoltà nella comprensione e nell’apprendimento dei contenuti curricolari, sia per carenze dal punto di vista cognitivo (come affermato sul PDP) sia per mancanza di applicazione nello studio. Spesso non si presenta a scuola il giorno delle verifiche programmate, costringendo i docenti a rimandarle, evitando accavallamenti con verifiche di altre discipline. La famiglia, anziché collaborare con la scuola, ha assunto un arrogante atteggiamento di sfida, aspettando che i docenti commettano un errore, per inviare a scuola minacce di ricorso da parte dei propri avvocati. L’anno scorso la ragazza è stata promossa con 6 in tutte le materie, nonostante rischiasse la bocciatura, per un errore dei colleghi, i quali inavvertitamente avevano assegnato più di una verifica lo stesso giorno. Il timore di strascichi legali ha indotto il DS a costringere il CdC alla promozione in tutte le materie.
Quest’anno avevo stilato un patto scuola-famiglia, allegato al PDP, in cui si esplicitava che, in caso di assenze durante le verifiche programmate, lo studente sarebbe stato sottoposto a verifica la prima volta utile (salvo altre verifiche da sostenere nello stesso giorno). La famiglia della ragazza si rifiuta di firmare il PDP, non accettando tale clausola. Inoltre, per un errore materiale di un collega, che ha interrogato la studentessa in un giorno in cui aveva una verifica programmata, i genitori hanno già fatto reclamo, presentandosi con gli avvocati a scuola e umiliando alcuni colleghi.
La situazione è insostenibile, la scuola sembra privata di ogni autorevolezza, e non le nego che i colleghi, memori degli sgradevoli avvenimenti dell’anno precedente, hanno paura e adottano criteri di valutazione molto più blandi per la ragazza in questione.
Mi chiedo se ci sono delle normative a cui la scuola si può appellare, per garantire un’equità di valutazione e per non essere costantemente umiliata dall’intraprendente arroganza di queste persone. Secondo lei è accettabile che la famiglia si rifiuti di firmare il PDP per via del patto scuola-famiglia? Come si potrebbe tutelare la scuola di fronte alla minaccia di ricorso?
Il fatto che un docente sbagli, dimenticandosi di controllare la presenza di altre verifiche, può comportare la promozione della ragazza, sanando tutte le insufficienze presenti al momento degli scrutini?

La scuola non è assolutamente obbligata a subire una situazione del genere.

Basta seguire correttamente la normativa e le minacce dei genitori, avvocati compresi, non devono fare nessuna paura.

In base alla normativa vigente (DM 5669/11 in particolare) lo studente con DSA ha diritto a modalità di valutazione che gli consentano di dimostrare effettivamente il livello di apprendimento raggiunto, senza essere penalizzato dal suo disturbo. Trasformare queste sacrosante tutele in una specie di diritto all’impunità, oltretutto con atteggiamenti così arroganti, è inaccettabile non solo perché lesivo della dignità della scuola ma perché contrario ad ogni principio educativo.

Non c’è nessun diritto alle interrogazioni programmate. È una forma di tutela che può essere inserita nella didattica personalizzata, e formalizzata nel PDP, ma che richiede rispetto reciproco degli impegni. Se la ragazza non si presenta a scuola il giorno in cui è stata concordata la verifica, salvo casi particolari e ben documentati, salta l’accordo e viene interrogata come gli altri. Se la famiglia rifiuta di sottoscrivere un principio elementare come questo, la scuola procede lo stesso. È nel suo pieno diritto.

Ricordo che il PDP è un documento redatto dalla scuola in raccordo con la famiglia (Linee Guida MIUR DSA 2011). Può essere concepito anche come un “patto” con la famiglia, e in questi casi va ovviamente sottoscritto, ma questo non è indispensabile. Se la famiglia non collabora la scuola procede da sola, senza avere nessuna paura dei ricorsi.

Quanto all’ingerenza degli avvocati: queste persone esterne si rapportano solo con il dirigente, mai con gli insegnanti. Non deve avvenire quello che lei dice: «i genitori hanno già fatto reclamo, presentandosi con gli avvocati a scuola e umiliando alcuni colleghi».

Gli avvocati presentano reclamo alla scuola e parlano con il DS o un suo rappresentante. Successivamente il DS chiede chiarimenti agli insegnanti coinvolti e prepara le sue controdeduzioni.

Un singolo errore nel calendario delle verifiche non annulla di sicuro la validità della valutazione complessiva. Ma va responsabilizzata anche la ragazza: nel caso dovesse avvenire una sovrapposizione di verifiche dovrà segnalarlo subito, non stare zitta pensando così di poter successivamente rivalersi con gli avvocati di famiglia.

Con la situazione da lei descritta la scuola non ha nulla da temere dai ricorsi. Basta ovviamente che tutto venga ben registrato e documentato.

Valutare una verifica non significa valutare l’alunno

Alla scuola primaria, in una verifica, la stessa di quella degli altri, un bambino con disabilità come deve essere valutata? Gli obiettivi sono diversi, ridotti e semplificati nella progettazione dell’alunno ma in sede di verifica o di valutazione, il dubbio è se valutare “come” gli altri, aggiungere la postilla “con aiuto” o comunque valutare se il processo è tutto corretto pur sapendo che davanti a un certo compito, quel punteggio massimo non sarà equivalente a quello di un compagno normodotato (e ovviamente, raggiunge autonomamente il punteggio massimo).

Nella valutazione degli alunni con disabilità possiamo personalizzare, oltre ai contenuti, anche i metodi di verifica e i criteri di valutazione.
Nel PEI le personalizzazioni si definiscono a livello generale, ma esse poi andranno applicate per ciascuna verifica.
Fondamentale è definire sempre “prima” della somministrazione sia i metodi che i criteri.
Se proponiamo un compito con 8 esercizi e li svolge tutti correttamente, prenderà il voto massimo. Se ci viene il dubbio che la consegna fosse troppo semplice, la prossima volta gli chiederemo qualcosa di più ma questa considerazione non può influire sul risultato di questa specifica prova.
Anche le modalità di verifica, ad esempio il tipo di supporto accordato, vanno definite prima e anch’esse non rientrano nella valutazione.
Ricordiamo sempre che valutare una verifica non significa valutare l’alunno.

Dopo la diagnosi di BES hanno abbassato tutti i voti

Mio figlio a gennaio a ricevuto diagnosi BES dall’ASP di appartenenza, per disturbo dell’attenzione. Di conseguenza ha un PDP che noi abbiamo approvato e sottoscritto. La valutazione del primo quadrimestre ha riportato dei voti che dopo il PDP e la diagnosi sono stati tutti abbassati per la valutazione finale, con giudizi del tipo:
BASE Individua autonomamente semplici analogie e differenze attraverso il confronto tra quadri storico-sociali diversi, con il supporto di schemi e mappe.
E mi chiedo, ma la dicitura con il supporto di schemi e mappe è necessario? Nei suoi strumenti compensativi e dispensativi sono previsti…questo evidenziarlo e abbassare i voti come se fossero questi strumenti a creare l’abbassamento di livello, è corretto?
La mia domanda è posta per comprendere non solo a livello burocratico e normativo ma anche etico…è corretto?

I servizi sanitari hanno diagnosticato un disturbo di attenzione, non la situazione di BES. I BES non si certificano! Di fronte a bisogni educativi particolari, sia segnalati dai genitori con certificazione che evidenziati dagli inseganti stessi, la scuola si attiva con interventi educativi specifici che possono (se ritenuto opportuno) essere formalizzati in un PDP.

Nel PDP si descrive quello che fanno gli insegnanti, sotto forma di interventi specifici o personalizzazioni, prevedendo se serve anche dispense da prestazioni non essenziali (ma gli obiettivi della programmazione di classe rimangono gli stessi), uso di strumenti compensativi ed eventuali modalità di valutazione personalizzate.

Gli strumenti compensativi per definizione consentono di superare una difficoltà specifica senza fornire nessuna facilitazione. Sono interventi di equità, che servono per mettere l’alunno che ha dei problemi allo stesso livello degli altri. Non influiscono sulla valutazione e non vanno citati nella scheda.

Anche se riferite alla disabilità, sono applicabili anche in questo caso le considerazioni sulle modalità di valutazione che troviamo nelle Linee Guida del nuovo Pei.

Copio un estratto da pag. 33

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8.2 Modalità di verifica
In questo campo si chiede di definire le personalizzazioni necessarie rispetto alle modalità di verifica adottate nella classe e utilizzate per tutte le discipline. Tenuto conto degli obiettivi didattici e dei criteri di valutazione stabiliti per ogni disciplina (cf. 8.3), anche nel caso in cui fossero gli stessi stabiliti per la classe, le personalizzazioni da mettere in atto per la somministrazione e lo svolgimento delle prove di verifica sono indicate con chiarezza al fine di assicurarsi che la verifica avvenga secondo modalità efficaci ed eque. È importante garantire l’accessibilità e la fruibilità delle verifiche, specie se prevedono attività legate alla letto-scrittura, aspetto che rientra nella progettazione del contesto inclusivo. A titolo esemplificativo, si riportano alcune forme di personalizzazione che possono essere considerate:
[…]
– l’uso di strumenti compensativi, nel senso più ampio del termine e comprendendo quindi tutto quello che può servire per ridurre le difficoltà esecutive di vario tipo connesse alla disabilità, comprese quelle di memorizzazione, organizzazione ed espressione dei contenuti e delle competenze da verificare;

 

Sono la referente Bes/Dsa presso il liceo in cui insegno. Vorrei dare informazioni precise ai colleghi circa le mappe concettuali visto che un collega non ha consentito ad un alunno l”uso delle mappe durante la verifica di storia, adducendo come “scusa” che non le aveva viste e approvate prima della verifica. Io sapevo che in sede di esame l’alunno può usare le mappe che ha usato durante l’anno scolastico, quindi approvate dai docenti (ad esempio firmate o timbrate per presa visione), ma la normativa prevede che anche durante l’anno il docente debba necessariamente vederle prima di una verifica? (Ed eventualmente non consentirle?)..

Le mappe sono considerate strumenti compensativi e le Linee Guida per i DSA del 2011 ne raccomandano l’uso: «Si raccomanda, inoltre, l’impiego di mappe concettuali, di schemi, e di altri mediatori didattici che possono sia facilitare la comprensione sia supportare la memorizzazione e/o il recupero delle informazioni» (pag. 18). L’uso degli strumenti compensativi è consentito anche all’esame di stato, tanto più nelle prove intermedie.
Nessuna norma prevede che le mappe debbano essere approvate dal docente. Secondo le Linee Guida citate gli strumenti compensativi «sollevano l’alunno o lo studente con DSA da una prestazione resa difficoltosa dal disturbo, senza peraltro facilitargli il compito dal punto di vista cognitivo» (pag. 7).
La scuola ha vari modi per verificare che le mappe non rappresentino una facilitazione, perché ad esempio troppo ricche di contenuti da ricopiare, ma può intervenire anche insegnando sistemi più efficaci per usare le mappe (v. DM 5669 art. 4 c. 4) oppure tenendone conto nella valutazione. Questi aspetti andrebbero definiti nel PDP.
Se nel PDP non è previsto che le mappe debbano essere approvate preventivamente, il docente può vietarne l’uso nelle verifiche, motivando adeguatamente la decisione, solo se ritiene che la mappa specifica che vuole usare l’alunno rappresenti un’eccesiva facilitazione. Non può vietarle a priori, senza entrare nel merito.
Non è vero che all’esame si possono consultare solo le mappe usate durante l’anno. Si possono usare le mappe (intese come generico strumento compensativo) se previste nel PDP. Spetta eventualmente alla commissione contestare eventuali mappe ritenute eccessivamente facilitanti.

Le mappe sono incompatibili con la programmazione curricolare?

Chiedo lumi per una situazione di contrasto tra educatrice e docente di sostegno. L’alunno, con problemi di sordità, verbale e nessun ritardo, ha sempre studiato con le mappe concettuali. Il collega sostiene che avendo la programmazione con obiettivi minimi, non si possono usare le mappe perché si tratta di programma ministeriale. Lo ha ribadito davanti al Ds e davanti ai genitori, che ovviamente sono in totale disaccordo. C’è un eventuale riferimento normativo?

Le mappe sono strumenti compensativi e rientrano tra le modalità di valutazione, ben distinte dai contenuti della valutazione.

Le modalità di valutazione vanno definite nel PEI e non hanno nulla a che vedere con i contenuti da valutare. L’argomento è stato chiarito nelle linee guida del nuovo PEI pag. 36/37 dove sono citati, come esempio, anche gli strumenti compensativi.

Le modalità di verifica devono fondarsi su un criterio di equità, affinché la valutazione globale degli apprendimenti disciplinari non sia compromessa da eventuali barriere legate a metodi e strumenti inadeguati.

Le personalizzazioni da mettere in atto per la somministrazione e lo svolgimento delle prove di verifica, dovrebbero garantire, in primo luogo, l’accessibilità e la fruibilità – specie se prevedono attività legate alla letto-scrittura, aspetto che rientra nella progettazione del contesto inclusivo – e dovrebbero ricomprendere modalità piuttosto comuni quali:

– l’uso di strumenti compensativi, nel senso più ampio del termine e comprendendo quindi tutto quello che può servire per ridurre le difficoltà esecutive di vario tipo connesse alla disabilità, comprese quelle di memorizzazione, organizzazione ed espressione dei contenuti e delle competenze da verificare;

Interrogazioni programmate alla Primaria

Sono un’insegnante di Scuola Primaria, classe quinta. I genitori di un mio alunno DSA mi chiedono “bellicosamente” interrogazioni programmate per il loro figlio. Ma le domande che faccio quotidianamente in classe a tutti i bambini vertono su conoscenze di base e non sono valutate! (Es: “questa parola ti sembra un aggettivo o un nome?”, “che differenza c’è tra la forma di governo DEMOCRAZIA e MONARCHIA?”). È legittima la loro richiesta? La vogliono inserire nel PDP e intendono proprio che le maestre, per rivolgere qualsiasi domanda al bambino, debbano sempre scriverlo qualche giorno prima sul diario.

Definire nel PDP le interrogazioni programmate ha senso per rispondere a una situazione di criticità derivante da un eccessivo carico di verifiche formali, non coordinate tra i docenti.

Se non si riscontra nessuna situazione del genere e, soprattutto, se gli insegnanti adottano un sistema di valutazione basato su una continua e informale interazione con i bambini, non c’è nessun bisogno di inserire una voce come questa nel PDP.

Bisognerebbe far presente ai genitori che questo modo di esasperare i rapporti chiedendo sempre e comunque tutte le forme di tutela di cui hanno sentito parlare, che servano o non servano, può avere ricadute assai negative sul rapporto dei bambini con la scuola perché li riempie di paure e ansie, alimentando l’ossessione delle prestazioni, mentre avrebbero bisogno, al contrario, di un contesto sereno e rassicurante.

In ogni caso i contenuti del PDP sono definiti dalla scuola che fa bene, quando serve e prendendosi le proprie responsabilità educative, a dire anche dei no ai genitori. Fondamentale è garantire un corretto monitoraggio dei risultati, come previsto dalla L. 170/10 art. 5 c. 3

Si possono personalizzare le verifiche anche in assenza di certificazione?

Può un alunno, Scuola Secondaria di 1° grado, senza alcun PDP o diagnosi per BES, ma con evidenti difficoltà in alcune materie, sostenere prove semplificate o comunque diversificate?

La valutazione ha una funzione formativa e il suo scopo è quello di promuovere l’apprendimento, non solo misurarlo.

Se questo alunno ha delle difficoltà e non è in grado di seguire la programmazione della classe, suppongo che gli insegnanti stiano lavorando su obiettivi inferiori, con strategie adeguate, cercando di portarlo al livello degli altri prima possibile e per quanto possibile.

Nel frattempo valuteranno se ha imparato quello che loro gli stanno insegnando, non certo quello che dovrebbe già sapere. Se l’insegnamento è stato personalizzato, per forza lo deve essere anche la valutazione.

Si insegna quello che può essere imparato, e poi si valuta quello che si è insegnato.

È una regola dell’apprendimento e vale anche se non ci sono diagnosi o PDP.

Il ruolo dell’insegnante di sostegno nella valutazione

Che ruolo ha l’insegnante di sostegno rispetto alla valutazione dell’alunno disabile nelle verifiche. Il voto lo stabilisce unicamente il curricolare o va concordato con l’insegnante di sostegno? Quanto può intervenire il sostegno nella valutazione?

La responsabilità della valutazione disciplinare è del docente curricolare, e questo vale per tutti gli alunni. In caso di disabilità tutte le procedure di valutazione possono essere personalizzate: modalità di verifica, preparazione delle prove e loro somministrazione, definizione dei criteri di valutazione nonché ovviamente (ma è solo l’ultima fase di un percorso) correzione e valutazione. È molto probabile che l’insegnante di sostegno abbia un ruolo, più o meno rilevante, in alcuni o in tutti questi momenti del processo, ma non si può definire a priori quale sia, essendo troppe e troppo varie le possibili situazioni, personali e di contesto.

La soluzione migliore è sempre quella di concordare tutto prima, in particolare di definire assieme i criteri: una volta decisa la verifica da proporre, personalizzata o uguale a quella degli altri, cosa deve produrre l’alunno per dire che la prestazione è sufficiente (sei)? E per gli altri voti? Definendo chiaramente assieme una griglia di questo tipo, i successivi rischi di conflitti o discussioni saranno molto ridimensionati.

I genitori non vogliono firmare il PDP

Se i genitori di un bambino si rifiutano di firmare il PDP anche solo per presa visione, come deve procedere la scuola? Può comunque servirsi di strumenti compensativi e misure dispensative e diversificare la didattica e la valutazione?

Va chiarito intanto se è un PDP redatto al di fuori della L. 170/10  o no.
In caso di DSA la scuola è obbligata a redigere un PDP e se la famiglia non è d’accordo sui contenuti se ne discute; se non si trova un accordo il testo elaborato dalla scuola rimane valido, ma va sottoposto a monitoraggio per vedere se effettivamente funziona. (art. 5 c. 3 L. 170/10).

Negli altri casi è possibile attivare formalmente un percorso personalizzato, ossia approvare un PDP, solo con il consenso della famiglia, che andrebbe acquisito prima di proporglielo.

Con un rifiuto esplicito non si può applicare.

La scuola ha però tante altre possibilità di intervenire in modo informale e diffuso e anche l’applicazione di misure dispensative e strumenti compensativi rientra in una personalizzazione assolutamente “normale”, che gli insegnanti possono applicare liberamente all’interno della loro progettazione educativa. Ricordiamo che, come si legge nelle Linee Guida sui DSA del 2011, si tratta di dispensare da prestazioni non essenziali dei concetti da apprendere che risultano difficoltose ma non migliorano l’apprendimento (misure dispensative) e di autorizzare l’uso di strumenti e strategie che consentono di ridurre le difficoltà in alcune discipline senza facilitare il compito (strumenti compensativi): non serve nessuna autorizzazione esterna o riconoscimento formale per applicare personalizzazioni come queste.

Parla di un “bambino” quindi dovremmo essere alla primaria. Se ci sono delle difficoltà scolastiche esse saranno state ufficialmente rilevate nel documento di valutazione dichiarando alcuni obiettivi “in via di prima acquisizione”. In questo caso in base all’art. 3 c. 2 del DL 62/17 la scuola deve attivare “specifiche strategie per il miglioramento dei livelli di apprendimento” che vanno comunicate alla famiglia ma non richiedono la loro approvazione.

Personalizzare le modalità di verifica è possibile solo se c’è un PEI o un PDP?

Sono insegnante curricolare di scuola secondaria di secondo grado.
Chiedo: la personalizzazione delle modalità di verifica è possibile solo se formalizzata all’interno di un PEI o PDP o anche in ogni caso in cui il docente la ritenga necessaria per un alunno? Se è vera la seconda ipotesi, mi potete indicare il riferimento normativo?

Dal punto di vista normativo, al di fuori della valutazione formale (Esame di Stato e prove Invalsi) è sempre possibile personalizzare anche la valutazione. La scuola ha come obiettivo per tutti il successo formativo e per raggiungerlo “le istituzioni scolastiche possono adottare tutte le forme di flessibilità che ritengono opportune” DPR 275/99 art. 4 c. 2 (Decreto autonomia).

Quando è evidente che l’esito negativo delle prove alimenta altri insuccessi, la scuola deve intervenire per rompere questo circolo vizioso e può farlo in tanti modi. Se ad esempio sappiamo in partenza che un ragazzo, pur avendo conoscenze parziali ma non nulle sull’argomento, consegnerà il compito in bianco, dobbiamo metterlo nella condizione di far emergere quello che sa, superando le sue paure, e può essere sia necessario ridurre o modificare qualche domanda, lasciargli consultare degli appunti, dargli delle indicazioni per sbloccarlo…
Il DPR 275 ci dice che si può fare ma possono esserci altri problemi da gestire, di tipo educativo o organizzativo, che non sono però insuperabili. Cosa succede se uno studente viene valutato in modo diverso? Come lo si spiega ai compagni? Le soluzioni di solito sono di due tipi. Se ci sono le condizioni, l’insegnante può decidere di spiegare tutto alla classe, in modo trasparente, con autorevolezza e argomentazioni etiche, ma poiché questa soluzione non sempre è proponibile, si può scegliere anche la strada della personalizzazione mimetizzata, ad esempio somministrando verifiche diverse per tutti e quindi non confrontabili tra di loro.

Compensare le verifiche scritte con l’orale.

Ia13

Vorrei sapere se c’è un chiarimento normativo e quale, per gli alunni DSA, rispetto alla compensazione delle verifiche scritte con l’orale. Scritto e orale hanno due voti che fanno media? La mia idea è che molto spesso si confonde il concetto di compensazione con quello di recupero, a danno degli alunni.
Che ne pensate?

Si fa a volte confusione tra compensazione e recupero. Proviamo a fare chiarezza.
La principale norma di riferimento per il primo ciclo è il DL 62/17 art. 11 c. 10:
«Per la valutazione delle alunne e degli alunni con DSA certificato le istituzioni scolastiche adottano modalità che consentono all’alunno di dimostrare effettivamente il livello di apprendimento conseguito, mediante l’applicazione delle misure dispensative e degli strumenti compensativi di cui alla legge 8 ottobre 2010, n. 170, indicati nel piano didattico personalizzato».
Per il secondo ciclo rimane valido l’art. 6 c. 2 del DM 5669/11, dai contenuti sostanzialmente analoghi.
In sintesi la norma dice che l’alunno va valutato in modo che possa dimostrare quello che sa e sa fare senza essere penalizzato dal suo disturbo. Se chiedo a un ragazzo con DSA di scrivere su un foglio tutto quello che sa sulla fotosintesi clorofilliana e mi consegna il foglio in bianco, devo chiedermi se veramente non sa nulla su questo argomento o se non ha potuto esprimerlo per iscritto a causa del suo disturbo.
La compensazione consente di verificare, con una interrogazione orale successiva, ma anche con qualche domanda al volo, come stanno effettivamente le cose. E correggere il tiro, se necessario.
Se una prova scritta dà risultati negativi e una orale subito dopo (quindi senza possibilità di recuperare) positivi, significa chiaramente che la prima era stata sottoposta con modalità non adatte a lui: non va considerata e non può fare media. Non si tratta di un’agevolazione, ma un elementare atto di equità.
La compensazione non deve però dare al ragazzo l’idea che può non prepararsi per una verifica perché tanto poi gli viene data una seconda possibilità, perché in questo caso non si tratta più di compensazione, ma di recupero. Possibile anche questo, ovviamente, anzi sempre auspicato, ma è un’altra cosa e in questo caso la prima votazione va conservata e fa media.
Come distinguere la vera compensazione dal recupero? Il sistema migliore è verificare subito, o comunque appena possibile, con domande orali, non necessariamente con una vera interrogazione, se il compito scritto è andato male perché il ragazzo non ha studiato o non ha compreso l’argomento, oppure perché effettivamente è stato penalizzato dalla modalità di espressione scritta.
Ma non ha senso applicare la compensazione ad ogni verifica, altrimenti il rischio di deresponsabilizzare il ragazzo diventa molto alto. Una volta appurato che la verifica scritta non è adatta per lui, non ha senso continuare a riproporla allo stesso modo per tutto l’anno per poi dover compensare: si sostituisce con l’orale da subito, e basta.
Escluse ovviamente le materie che hanno effettivamente una valutazione distinta tra scritto e orale.

Interrogazioni programmate per i DSA

Ia12

Volevo un’informazione circa le interrogazioni/verifiche di un alunno DSA. Devono essere programmate? E gli argomenti dell’interrogazione/verifica, devono essere anticipati? Se sì, in base a quale normativa?

Le modalità di valutazione, comprese eventuale regolamentazione di tempi e frequenza delle interrogazioni, vanno definite del PDP di ogni specifico alunno con DSA, non esistono indicazioni standard uguali per tutti se non a livello generale. Veda in particolare l’art. 4 c. 2 del DM 5669/2011
« Le Istituzioni scolastiche adottano modalità valutative che consentono all’alunno o allo studente con DSA di dimostrare effettivamente il livello di apprendimento raggiunto, mediante l’applicazione di misure che determinino le condizioni ottimali per l’espletamento della prestazione da valutare – relativamente ai tempi di effettuazione e alle modalità di strutturazione delle prove – riservando particolare attenzione alla padronanza dei contenuti disciplinari, a prescindere dagli aspetti legati all’abilità deficitaria.»

Sulla definizione degli obiettivi minimi.

Ia11

Mi piacerebbe sapere se è corretto che il docente curriculare nella propria programmazione disciplinare possa NON definire gli obiettivi minimi per tutti e quindi, anche quelli per l’alunno disabile, ma faccia riferimento agli obiettivi minimi stabiliti nel dipartimento. Gli obiettivi minimi non vanno calati nella singola classe e quindi stabiliti alla luce delle caratteristiche di quest’ultima? O sono generali e quindi uguali per tutte le classi?

Nessuna norma lo vieta, anche se la decisione finale spetta al consiglio di classe e va esplicitata, materia per materia, nella sezione 8 del PEI. Ricordiamo però che la personalizzazione della valutazione, a cui l’alunno con disabilità ha diritto anche quando segue una programmazione che porta al conseguimento del titolo di studio, non riguarda solo i contenuti, ossia gli obiettivi da valutare, ma anche le modalità e i criteri che vanno sempre definiti nel PEI. 

Modalità: come si valuta se gli obiettivi sono stati raggiunti e riguardano il tipo di verifica, la modalità di somministrazione delle prove, i tempi assegnati, l’uso di strumenti compensativi, supporti e facilitazioni per un’autonomia parziale, adozione di prove diverse verificare il raggiungimento degli stessi obiettivi (ossia equipollenti) ecc.

Criteri: indicano quale risultato è ritenuto adeguato affinché la prova o verifica sia superata, specificando anche la prestazione assegnata ai voti numerici e quali elementi aggiuntivi andranno considerati (ad esempio: valorizzare lo sforzo, tenere maggiormente in considerazione alcune prestazioni rispetto ad altre…).