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È obbligatorio usare per i PDP il modello del ministero?

Lavoro in una scuola superiore dove abbiamo molti alunni con DSA e, pertanto, una discreta esperienza. Per redigere i PDP abbiamo una modulistica di istituto, che non è quella del MIUR, ma che risulta essere uno strumento agile e flessibile, quindi, a nostro avviso, ottimo. Quest’anno, per la prima volta, un papà di un’alunna con DSA, ha contestato il modulo in uso dicendo che, come da una fantomatica ( nel senso che non ne ho trovato traccia alcuna) sentenza del TAR della Lombardia, dovremmo usare solo quello del MIUR. Preciso che siamo nel Lazio e che ho riletto la normativa e verificato che non impone alcun tipo di modulistica. Lei ne sa nulla?

Ciascuna scuola può scegliere liberamente il modello da usare per i PDP. Nelle Linee Guida MIUR del 2011 (pag. 8) si indicano i contenuti minimi che deve avere il documento di programmazione, ma è scritto che la scuola lo predispone «nelle forme ritenute idonee».

Solo per il PEI, a seguito del DL 66/17, è previsto un modello unico nazionale definito dal ministero.

Se l’alunna rimane assente il giorno delle verifiche programmate.

Sono un’insegnante di sostegno, che si occupa da due anni della stessa classe di un istituto tecnico (attualmente una seconda superiore). Una studentessa certificata come DSA è causa di preoccupazione per il Consiglio di classe. La ragazza, infatti, manifesta gravi difficoltà nella comprensione e nell’apprendimento dei contenuti curricolari, sia per carenze dal punto di vista cognitivo (come affermato sul PDP) sia per mancanza di applicazione nello studio. Spesso non si presenta a scuola il giorno delle verifiche programmate, costringendo i docenti a rimandarle, evitando accavallamenti con verifiche di altre discipline. La famiglia, anziché collaborare con la scuola, ha assunto un arrogante atteggiamento di sfida, aspettando che i docenti commettano un errore, per inviare a scuola minacce di ricorso da parte dei propri avvocati. L’anno scorso la ragazza è stata promossa con 6 in tutte le materie, nonostante rischiasse la bocciatura, per un errore dei colleghi, i quali inavvertitamente avevano assegnato più di una verifica lo stesso giorno. Il timore di strascichi legali ha indotto il DS a costringere il CdC alla promozione in tutte le materie.
Quest’anno avevo stilato un patto scuola-famiglia, allegato al PDP, in cui si esplicitava che, in caso di assenze durante le verifiche programmate, lo studente sarebbe stato sottoposto a verifica la prima volta utile (salvo altre verifiche da sostenere nello stesso giorno). La famiglia della ragazza si rifiuta di firmare il PDP, non accettando tale clausola. Inoltre, per un errore materiale di un collega, che ha interrogato la studentessa in un giorno in cui aveva una verifica programmata, i genitori hanno già fatto reclamo, presentandosi con gli avvocati a scuola e umiliando alcuni colleghi.
La situazione è insostenibile, la scuola sembra privata di ogni autorevolezza, e non le nego che i colleghi, memori degli sgradevoli avvenimenti dell’anno precedente, hanno paura e adottano criteri di valutazione molto più blandi per la ragazza in questione.
Mi chiedo se ci sono delle normative a cui la scuola si può appellare, per garantire un’equità di valutazione e per non essere costantemente umiliata dall’intraprendente arroganza di queste persone. Secondo lei è accettabile che la famiglia si rifiuti di firmare il PDP per via del patto scuola-famiglia? Come si potrebbe tutelare la scuola di fronte alla minaccia di ricorso?
Il fatto che un docente sbagli, dimenticandosi di controllare la presenza di altre verifiche, può comportare la promozione della ragazza, sanando tutte le insufficienze presenti al momento degli scrutini?

La scuola non è assolutamente obbligata a subire una situazione del genere.

Basta seguire correttamente la normativa e le minacce dei genitori, avvocati compresi, non devono fare nessuna paura.

In base alla normativa vigente (DM 5669/11 in particolare) lo studente con DSA ha diritto a modalità di valutazione che gli consentano di dimostrare effettivamente il livello di apprendimento raggiunto, senza essere penalizzato dal suo disturbo. Trasformare queste sacrosante tutele in una specie di diritto all’impunità, oltretutto con atteggiamenti così arroganti, è inaccettabile non solo perché lesivo della dignità della scuola ma perché contrario ad ogni principio educativo.

Non c’è nessun diritto alle interrogazioni programmate. È una forma di tutela che può essere inserita nella didattica personalizzata, e formalizzata nel PDP, ma che richiede rispetto reciproco degli impegni. Se la ragazza non si presenta a scuola il giorno in cui è stata concordata la verifica, salvo casi particolari e ben documentati, salta l’accordo e viene interrogata come gli altri. Se la famiglia rifiuta di sottoscrivere un principio elementare come questo, la scuola procede lo stesso. È nel suo pieno diritto.

Ricordo che il PDP è un documento redatto dalla scuola in raccordo con la famiglia (Linee Guida MIUR DSA 2011). Può essere concepito anche come un “patto” con la famiglia, e in questi casi va ovviamente sottoscritto, ma questo non è indispensabile. Se la famiglia non collabora la scuola procede da sola, senza avere nessuna paura dei ricorsi.

Quanto all’ingerenza degli avvocati: queste persone esterne si rapportano solo con il dirigente, mai con gli insegnanti. Non deve avvenire quello che lei dice: «i genitori hanno già fatto reclamo, presentandosi con gli avvocati a scuola e umiliando alcuni colleghi».

Gli avvocati presentano reclamo alla scuola e parlano con il DS o un suo rappresentante. Successivamente il DS chiede chiarimenti agli insegnanti coinvolti e prepara le sue controdeduzioni.

Un singolo errore nel calendario delle verifiche non annulla di sicuro la validità della valutazione complessiva. Ma va responsabilizzata anche la ragazza: nel caso dovesse avvenire una sovrapposizione di verifiche dovrà segnalarlo subito, non stare zitta pensando così di poter successivamente rivalersi con gli avvocati di famiglia.

Con la situazione da lei descritta la scuola non ha nulla da temere dai ricorsi. Basta ovviamente che tutto venga ben registrato e documentato.

Chi deve preparare le mappe a supporto della didattica? L’allievo o il docente?

Secondo la Legge sui DSA, chi deve redigere le mappe concettuali a supporto della didattica, l’allievo o il docente? È vero che la redazione delle mappe spetta esclusivamente ai docenti?

La legge (parliamo di L 170/10 e DM 5669/11) dice che gli alunni con DSA hanno diritto a fruire di strumenti compensativi e che è compito della scuola aiutarli a promuovere le competenze necessarie per un loro efficiente utilizzo.

Quindi:

– l’uso delle mappe rientra nell’autonomia di studio e vanno predisposte dall’alunno stesso;

– se non lo sa fare, è compito della scuola insegnarglielo;

– nell’attesa che impari a farle da solo si deciderà caso per caso, e si scriverà nel PDP, come procedere.

Se dispensato, non potrà mai essere invitato a leggere?

Se in un PDP per DSA viene scritto che l’alunno è dispensato dalla lettura ad alta voce, significa che mai, in nessun caso, potrà essere invitato a leggere? Nemmeno se fosse una sua richiesta specifica?
In generale, dispensare da una attività significa non richiedere mai all’alunno di svolgerla o semplicemente evitare di valutarla?

Le misure dispensative vanno definite in base alla specifica situazione, e buon senso e flessibilità devono per forza essere sempre ingredienti indispensabili di questa personalizzazione.

Dovrebbe essere ovvio che se un alunno dispensato chiede di leggere qualcosa glielo si lascia fare, ma è bene anche che sia l’insegnante a stimolarlo proponendogli di leggere qualcosa se sa bene che non dovrebbe incontrare difficoltà. Se queste misure di buon senso ovvie non sono, meglio indicarle espressamente nel PDP scrivendo “dispensato da … tranne nei casi in cui… ” o frasi simili.

Andrebbero possibilmente evitati i modelli di PDP a crocette che, obbligando a scegliere rigidamente tra Sì o No, tutto o niente, non favoriscono certo un atteggiamento di responsabile flessibilità.

Se si dispensa da una prestazione (non da obiettivi) di sicuro essa non può essere valutata ma stiamo parlando di autorizzazioni a non svolgere attività ritenute “non essenziali ai fini dei concetti da apprendere” (L. 170/10) ovvero che non migliorano gli apprendimenti (Linee Guida DSA). C’è di sicuro la possibilità di dispensare da contenuti come questi senza reali ricadute sulla valutazione.

Cosa possiamo fare se la famiglia non accetta il PDP?

Abbiamo in classe un alunno con evidente ritardo psicomotorio, non certificato per opposizione dei genitori che non accettano neppure il PDP perché lo considerano etichettante. Davvero non possiamo fare nulla se loro non sono d’accordo? Neppure un Piano di recupero?

Se i genitori rifiutano qualsiasi personalizzazione formalizzata, come PEI o PDP, bisogna prenderne atto.

Quello che però può fare la scuola, anzi deve fare, è definire degli interventi di recupero in caso di valutazione negativa degli apprendimenti, come indicato dal DL 62/17 art. 3 c. 2:
« Nel caso in cui le valutazioni periodiche o finali delle alunne e degli alunni indichino livelli di apprendimento parzialmente raggiunti o in via di prima acquisizione, l’istituzione scolastica, nell’ambito dell’autonomia didattica e organizzativa, attiva specifiche strategie per il miglioramento dei livelli di apprendimento». Questo principio è richiamato anche nelle Linee Guida sulle nuove modalità di valutazione nella scuola Primaria, allegate alla OM 172/20, pag. 5.
In sostanza, se i problemi che segnalate sono stati correttamente esplicitati nella scheda di valutazione del primo quadrimestre, con giudizi descrittivi negativi (ossia: “In via di prima acquisizione”) potete progettare e attivare degli interventi di supporto che, essendo obbligatori per la scuola, non richiedono l’autorizzazione dei genitori, anche se di sicuro sarà opportuno informarli.

I genitori non vogliono firmare il PDP

Se i genitori di un bambino si rifiutano di firmare il PDP anche solo per presa visione, come deve procedere la scuola? Può comunque servirsi di strumenti compensativi e misure dispensative e diversificare la didattica e la valutazione?

Va chiarito intanto se è un PDP redatto al di fuori della L. 170/10  o no.
In caso di DSA la scuola è obbligata a redigere un PDP e se la famiglia non è d’accordo sui contenuti se ne discute; se non si trova un accordo il testo elaborato dalla scuola rimane valido, ma va sottoposto a monitoraggio per vedere se effettivamente funziona. (art. 5 c. 3 L. 170/10).

Negli altri casi è possibile attivare formalmente un percorso personalizzato, ossia approvare un PDP, solo con il consenso della famiglia, che andrebbe acquisito prima di proporglielo.

Con un rifiuto esplicito non si può applicare.

La scuola ha però tante altre possibilità di intervenire in modo informale e diffuso e anche l’applicazione di misure dispensative e strumenti compensativi rientra in una personalizzazione assolutamente “normale”, che gli insegnanti possono applicare liberamente all’interno della loro progettazione educativa. Ricordiamo che, come si legge nelle Linee Guida sui DSA del 2011, si tratta di dispensare da prestazioni non essenziali dei concetti da apprendere che risultano difficoltose ma non migliorano l’apprendimento (misure dispensative) e di autorizzare l’uso di strumenti e strategie che consentono di ridurre le difficoltà in alcune discipline senza facilitare il compito (strumenti compensativi): non serve nessuna autorizzazione esterna o riconoscimento formale per applicare personalizzazioni come queste.

Parla di un “bambino” quindi dovremmo essere alla primaria. Se ci sono delle difficoltà scolastiche esse saranno state ufficialmente rilevate nel documento di valutazione dichiarando alcuni obiettivi “in via di prima acquisizione”. In questo caso in base all’art. 3 c. 2 del DL 62/17 la scuola deve attivare “specifiche strategie per il miglioramento dei livelli di apprendimento” che vanno comunicate alla famiglia ma non richiedono la loro approvazione.

Obiettivi nel PDP: fino a che punto si possono personalizzare?

Db7

Chiedo se mi può dare indicazioni in merito alla compilazione del PDP per alunni con Disturbi Specifici dell’Apprendimento, in particolare per quello che riguarda la definizione degli obiettivi. Cosa significa “Individuazione di eventuali modifiche all’interno degli obiettivi disciplinari per il conseguimento delle competenze fondamentali”? Se un bambino con dislessia/discalculia frequenta la classe quarta, ad esempio, posso definire per lui obiettivi di classe terza?

Il DM 5669/11, decreto attuativo della L. 170, art. 4 comma 2, dice: «I percorsi didattici individualizzati e personalizzati articolano gli obiettivi, compresi comunque all’interno delle indicazioni curricolari nazionali per il primo e per il secondo ciclo, sulla base del livello e delle modalità di apprendimento dell’alunno e dello studente con DSA, adottando proposte di insegnamento che tengano conto delle abilità possedute e potenzino anche le funzioni non coinvolte nel disturbo».

Ossia: gli obiettivi sono sostanzialmente gli stessi (“all’interno delle indicazioni nazionali”) ma sono le modalità di insegnamento che vanno personalizzate. Ricordiamo infatti che il PDP dovrebbe descrivere quello che dovranno fare gli insegnanti, non quello che dovrà fare l’alunno. Ossia: come si insegna, non quanto si impara.

Ma per tutti gli alunni, non solo per i DSA, vale la regola che si insegna quello che si può imparare. Se un bambino è in quarta e non ha ancora raggiunto gli obiettivi di terza, ovviamente è su questi che dobbiamo lavorare. Questo non perché lo dice la Legge 170 ma perché l’apprendimento, volenti o nolenti, funziona così.

Ci possono essere alunni con BES ai corsi serali?

Ac4

Presso un corso serale IPSSASR di un Istituto Omnicomprensivo, in classe quinta, è iscritta e frequenta regolarmente una studentessa ipovedente adulta, di circa 40 anni, che, in maniera del tutto informale, ha consegnato al coordinatore di classe copia di una certificazione medica rilasciata dall’Azienda Sanitaria Provinciale al 1985 dal quale si evince un residuo visivo ad entrambi gli occhi di 1/60.
Come si deve regolare il consiglio di classe visto che la normativa sui BES sembrerebbe non riguardare gli adulti? Il consiglio di classe è tenuto a stilare un PDP? Come predisporre l’Esame di Stato?

Non è scritto da nessuna parte che la normativa BES non si possa applicare agli adulti. Sempre con buon senso, ovviamente.
Con 1/60 di vista si rientra nella categoria dei ciechi parziali, non solo degli ipovedenti (vedi L. 138/2001) ed è evidente pertanto che questa persona va adeguatamente tutelata.
La denominazione “Istituto Omnicomprensivo” fa supporre che si tratti di una scuola paritaria che probabilmente non ha assegnato l’insegnante di sostegno. Anche in questo caso è bene ricordare che nessuna norma impedisce di assegnare sostegno nelle scuole serali e che le norme sull’integrazione degli studenti con disabilità valgono anche alle serali e alle paritarie.
In vista dell’Esame di Stato conviene almeno ufficializzare la sua posizione con un PDP. In questo modo la scuola potrà chiedere al ministero l’invio di prove ingrandite, se ritenute utili, ma anche disporre di tempi maggiori e usare tutti gli strumenti compensativi, a cominciare da quelli informatici, ritenuti necessari.
L’uso delle tecnologie e i tempi aggiuntivi sono previsti dalla L.104/92 per tutti gli esami, compresi quelli di concorso e abilitazione, e di sicuro valgono anche per lei, anche se non ha una certificazione scolastica di disabilità, ma un PDP può offrire qualche tutela in più considerando che il concetto di “strumenti compensativi” è assai più ampio e va oltre le semplici tecnologie.

Interrogazioni programmate per i DSA

Ia12

Volevo un’informazione circa le interrogazioni/verifiche di un alunno DSA. Devono essere programmate? E gli argomenti dell’interrogazione/verifica, devono essere anticipati? Se sì, in base a quale normativa?

Le modalità di valutazione, comprese eventuale regolamentazione di tempi e frequenza delle interrogazioni, vanno definite del PDP di ogni specifico alunno con DSA, non esistono indicazioni standard uguali per tutti se non a livello generale. Veda in particolare l’art. 4 c. 2 del DM 5669/2011
« Le Istituzioni scolastiche adottano modalità valutative che consentono all’alunno o allo studente con DSA di dimostrare effettivamente il livello di apprendimento raggiunto, mediante l’applicazione di misure che determinino le condizioni ottimali per l’espletamento della prestazione da valutare – relativamente ai tempi di effettuazione e alle modalità di strutturazione delle prove – riservando particolare attenzione alla padronanza dei contenuti disciplinari, a prescindere dagli aspetti legati all’abilità deficitaria.»

PDP per studente maggiorenne.

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Se un alunno con DSA maggiorenne rifiuta il PDP mentre i genitori lo vorrebbero, come si deve regolare la scuola?

«Con la maggiore età si acquista la capacità di compiere tutti gli atti per i quali non sia stabilita una età diversa» (Codice Civile art. 2). Lo studente maggiorenne è totalmente autonomo e la scuola deve rapportarsi solo con lui.

Ex DSA ora con sostegno: quale PEI?

Cb4

Sono un’insegnante di sostegno di una scuola superiore di 2° grado e mi è stato assegnato uno studente che negli anni scorsi era certificato come DSA. Quest’anno gli è stato assegnato il sostegno con la seguente diagnosi: “Funzionamento cognitivo borderline (Q01). Disturbo specifico degli apprendimenti di scrittura e calcolo F81.1- F 81.2.” 
Nella compilazione del PEI, con una simile diagnosi, devo considerare obbligatoriamente misure e strumenti validi per un alunno con DSA (es. esonero dalla prova scritta nelle lingue straniere)?

Non c’è nulla di obbligatorio.
Un quadro clinico di questo tipo è simile a quello dei DSA per cui molte delle strategie e personalizzazione che si attivano di solito con loro vanno bene anche in questo caso.
È possibile anche la dispensa dalle prove scritte perché di fatto rientra nel più generale concetto di prove equipollenti, sempre ammesse per gli studenti con disabilità. Ricordiamo infatti che per gli alunni con DSA, in caso di dispensa, c’è l’obbligo di sostituire le prove scritte con prove orali alternative idonee a valutare l’acquisizione di analoghe competenze ossia, di fatto, prove equipollenti (DM 5669/2011).
Se effettivamente le prove scritte di lingua straniera rappresentano un ostacolo insormontabile, potete intervenire in questo modo ma se il problema non sussiste, o è facilmente superabile con modeste personalizzazioni sui criteri o metodi di valutazione, tanto meglio.

Diagnosi di DSA molto datate e Esame di Stato.

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Sono per la prima volta referente DSA nel mio istituto (scuola superiore) e ho bisogno di un confronto. Il Dirigente mi ha detto che le diagnosi in nostro possesso non devono essere molto datate, soprattutto in vista dell’esame di maturità, poiché è richiesto l’aggiornamento al cambio di ciclo. Abbiamo nello specifico diverse diagnosi dell’Azienda Sanitaria che risalgono a quando gli alunni erano alle scuole elementari; ho contattato gli specialisti che ritengono invece di non doverle aggiornare. È corretto? Al momento dell’Esame di Stato una diagnosi vecchia di oltre 10 anni può essere accettata?

L’accordo Stato-Regioni sulle certificazioni DSA del 2012 distingue tra certificazione e profilo di funzionamento. La certificazione non ha scadenza, tranne nei casi in cui venga esplicitamente indicata da chi l’ha rilasciata. Il profilo di funzionamento va aggiornato ad ogni passaggio da un ciclo scolastico all’altro; è però un’indicazione posta a tutela del soggetto e non va intesa come perdita di validità.
Nel caso specifico: ai fini dell’esame di Stato una certificazione di 10 anni prima, senza indicazione di scadenza, rimane valida anche se per la scuola è evidente che la sua utilità ai fini della progettazione educativa sarà purtroppo piuttosto modesta.

Perché ci chiedono rifare la certificazione ADHD?

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Il figlio di una mia amica frequenta il terzo geometra e la scuola gli ha chiesto di far rifare il test per ADHD perché la certificazione è datata (2009). Ma perché gli chiedono di nuovo il test? Possono? Se ho un problema attentivo importante posso migliorare ma non guarire. Un mancino rimane sempre un mancino.

Per la scuola le diagnosi di ADHD hanno valore informativo, non certificativo; non attivano in automatico nessuna procedura di personalizzazione, ma sono utili per suggerire agli insegnanti gli interventi più idonei, da inserire eventualmente nel PDP. 
Una diagnosi di 7 anni prima ha un valore informativo modesto e mi sembra ragionevole che la scuola chieda (non esiga) un aggiornamento. Il problema attentivo probabilmente è rimasto, ma i modi in cui si manifesta possono essere cambiati e, soprattutto, le indicazioni operative che andavano bene per un bambino di 9-10 anni difficilmente vanno bene anche adesso che ne ha 16-17.

Lettura ad alta voce obbligatoria?

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In una classe c’è un alunno con DSA. Nel PDP è indicata come necessaria la lettura delle consegne da parte dell’insegnante durante le prove di verifica. Per la prova INVALSI la mamma chiede che non gli sia dato questo strumento compensativo, ma che l’alunno resti in classe con i compagni ed esegua la prova senza aiuto. Cosa si fa in questo caso?

Potete benissimo assecondare la mamma: tutte queste procedure vanno gestite con buon senso e flessibilità, senza creare problemi a nessuno.

Se l’alunno dovesse trovarsi in difficoltà, la prova non verrà conteggiata nella statistica della scuola e tutto finisce lì.

In futuro si suggerisce di essere meno rigidi nel PDP: si ricorre alla lettura dell’insegnante se l’alunno è in difficoltà, se la verifica è complessa, se c’è rischio elevato che non comprenda le consegne… non sempre e comunque, altrimenti diventa difficile sviluppare un efficace processo di autonomia.

È possibile usare la calcolatrice senza essere discalculico?

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È corretto negare lo strumento della calcolatrice ad un alunno con certificazione F81.0 (disturbo specifico della lettura) perché non è discalculico, anche se nella diagnosi viene espressamente evidenziato che nello svolgere le operazioni richiede l’uso di tavole pitagoriche e che ha difficoltà nel recupero dei risultati delle tabelline?

Gli strumenti compensativi “sollevano l’alunno o lo studente con DSA da una prestazione resa difficoltosa dal disturbo senza facilitare il compito dal punto di vista cognitivo ” (Linee Guida DSA MIUR 2011). Vanno considerati un atto di equità che ha lo scopo di compensare (ossia di “bilanciare”) un disturbo. Come per tutti gli “strumenti”, principale criterio di scelta e valutazione è l’efficacia: se funzionano, ed effettivamente sollevano l’alunno, non ha senso togliere questa opportunità.

Non ha senso neppure collegare rigidamente gli strumenti compensativi ai vari disturbi: ai dislessici solo strumenti per leggere, ai disgrafici per scrivere, ai discalculici per calcolare… ma i criteri devono essere globali e funzionali. Un alunno dislessico ad esempio può compensare con la calcolatrice il fatto che la lettura delle consegne richiede a lui più tempo, e quindi eseguire così i calcoli più velocemente. In ogni caso si considera solo l’efficacia: se funzionano (e sono veramente strumenti compensativi, non facilitazioni o dispensa) non si possono vietare.